martedì 10 novembre 2009

Tacconi. Trentino. Baldanzi. Libri di cui parlare

L'autunno si fa denso. Di libri, di presentazioni, di chiacchiere e freddo.
Allora, io vi invito non a una ma a tre iniziative. Tutte targate Umbria Libri.

Prima, in ordine di tempo, quella che vedrà protagonista il nostro Tacconi. Giovedì 12 novembre, ore 18, libreria Feltrinelli, Perugia. Presenta il suo "C'era una volta il Muro", insieme a Lorenzo Medici, professore di Scienze Politiche. Imperdibile.




Poi, per gli appassionati di musica indie, sabato 14 novembre, ore 15.30, ex chiesa della Misericordia, Perugia. Si presenta il libro "Bastarock", un viaggio nell'underground trentino scritto da Oscar De Bertoldi e dalla perugina Dalia Macii. A discuterne con gli autori, Fabrizio "Fofo" Croce e il sottoscritto.



Infine, domenica 15 novmbre, ore 19, Loop Cafè, Perugia. Simona Baldanzi presenta il suo "Bancone verde menta". Romanzo d'amori e di lotte, tra Marsiglia, Barcellona, Genova e Torino. Lei è brava, i riferimenti culturali sono molto, molto indie (leggere le epigrafi con versi rubati a Silvestri, Bandabardò e Virginiana Miller), e il posto dove la protagonista beve il suo mojito e si innamora del suo barista sembra proprio la Darsena. A farci da sfondo, la sei corde impertinente del buon Alessio Vinti. Made in Banana Republic.

Ok, quel che dovevo dirvi ve l'ho detto. Venite, spargete la voce, fate come credete.

Saprete dove trovarmi.

lunedì 19 ottobre 2009

tornano i bananieri


da agnelli ad oggi sono cambiate molte cose. prima di tutto non ho più trent'anni, e la faccenda comincia a farsi seria.
poi, perugia è stata risucchiata nel circolo polare artico.
infine, dopo anni di astinenza io e la vecchia guardia del fantacalcio, fatta eccezione per il proditorio cagnini, abbiamo rispolverato le nostre vecchie alabarde fatte di liste gazzetta e sportweek.

la realtà, ora, è che non avrei tutti questi motivi per scrivere un nuovo post. ma il fatto è che non sopporto più di vedere la faccia del buon manueli, che fra l'altro adesso dovrebbe starsene in california a cantare o'sole mio insieme a battiato e compagnia bella.

quindi, mi limito a fare un po' di pubblicità. a banana republic, e a chi se no.

il 30 ottobre, a distanza di quattro anni, torniamo ad ospitare massimo carlotto. allora era nordest, oggi l'amore del bandito.
quel che avevo da dire sul libro l'ho scritto qualche giorno fa su europa. potete leggerlo qui:


quanto all'incontro, si terrà alla sala lippi, all'unicredit, in corso vannucci 39.

intanto fatevici la bocca.

e statemi bene.





giovedì 10 settembre 2009

Dozzini intervista Agnelli


la versione ridotta di quest'intervista è stata pubblicata dal "corriere dell'umbria" lunedì 7 settembre. qui c'è qualcosa in più, qualcosa che per qualcuno risulterà stuzzicante, immagino.
saprete dirmi il vostro pensiero al riguardo.


L’ha gridato a Sanremo, l’ha gridato sui palchi d’estate, continuerà a farlo ancora per un bel po’: in questo momento Manuel Agnelli vuole far qualcosa che serva. Sentirsi utile. «Sono un uomo adulto», dice, «voglio avere un ruolo nella società». E andar al Festival, attirandosi addosso gli strali dei critici e dei fan duri e puri, per gli Afterhours deve aver significato esattamente questo: far qualcosa che serva. L’utilità della loro partecipazione andava vista tutta in prospettiva della raccolta a cui la canzone avrebbe fatto da traino. Stesso nome, Il Paese è reale, stesso spirito: diciannove artisti abituati ad abitare il sottobosco musicale italiano a cui offrire un po’ di ribalta.

A distanza di sette mesi dalla loro discussa apparizione nel più grande baraccone delle canzonette lo spirito non cambia. D’altronde il Paese è più reale che mai, la crisi dicono che stia passando, ma la gente non se ne accorge, e non se ne accorgerà ancora per un bel pezzo. Manuel Agnelli ha voglia di parlarne, ha voglia di parlare di un sacco di cose. Del suo Paese e della sua paternità, del suo futuro e della sua band, e persino di quel giorno di luglio di dieci anni fa in cui Michael Stipe gli dedicò una canzone dal palco dello stadio Dall’Ara.


Il tour è quasi finito, ancora una manciata di date fino agli inizi di ottobre e poi si vola in California a portare un po’ di bel canto ai paisà d’Oltreoceano. Ma gli ultimi mesi, per gli Afterhours, sono stati particolarmente intensi. La scelta di andare a Sanremo, loro a cui senza dubbio manca il piglio autoironico di Silvestri o di Elio, gli è costata parecchio in termini di sostegno da parte dei più intransigenti tra gli addetti ai lavori, ma l’obiettivo di far arrivare a più gente possibile il messaggio di disagio e di voglia di darsi da fare per dare il proprio contributo a cambiare in qualche modo le cose forse è stato raggiunto. Se è vero, per esempio, che qualche settimana fa un verso de Il Paese è reale è finito nella striscia rossa della prima pagina dell’Unità. Mica male per dei tizi che non sono mai stati esattamente degli alfieri del combat rock. Loro l’hanno scannerizzata, quella prima pagina, e l’hanno schiaffata nel sito ufficiale. Pure questo gli è valso qualche critica, agli Afterhours


«Perché è il giornale di un partito politico» spiega Agnelli. «Ma non c’entra niente. Per noi è stato fonte di grandissimo orgoglio. Si tratta di un quotidiano nazionale molto importante, ed è un segnale significativo che abbia mostrato quest’attenzione a una canzone. E che in particolare si tratti di una nostra canzone per noi è una grande soddisfazione. Dentro a questo brano c’è tutto lo spaesamento per una situazione, come quella attuale, senza più punti di riferimento, c’è la delusione, la disperazione. Che l’Unità ne abbia ripreso un verso in prima pagina è un’emozione, e un onore».


Il Paese è reale è anche una compilation che raccoglie pezzi di una buona fetta della migliore musica indie italiana d’oggigiorno. In pratica ve li siete caricati sulle spalle, e c’avete messo pure la faccia, andando a Sanremo. Dal Tora! Tora! in poi quest’attenzione per quel che accade intorno a voi, tra gli altri musicisti, è ormai una vostra costante.


«Sì, c’è continuità con quello che abbiamo sempre fatto. Per me fare il musicista è molto importante, alla musica dedicherei tutta la mia vita, ma sono anche un uomo adulto, che vuole avere un ruolo nella società, vuole essere utile. Quelli della nostra generazione hanno tutti iniziato auto-producendosi, facendo grandi sacrifici. Sappiamo come vanno le cose, insomma. E dare il nostro contributo per fare arrivare al pubblico artisti che altrimenti non avrebbero spazio è importante. I media, ormai da tempo, hanno altro a cui pensare. Per noi anche questo è fare cultura. E per questo un po’ di polemica, per attirare l’attenzione, certe volte è salutare. In certi momenti occorre prendere posizione. Può essere rischioso, si può sbagliare, ma bisogna farlo».


Per quanto tempo ti vedremo ancora fare la rockstar sul palco? In altre parole, a settant’anni Agnelli si vede più come un satanasso, come Mick Jagger, o come quel ricercato chansonnier che sembra essere diventato Iggy Pop?


«Ti direi che spero di battere entrambi, a settant’anni, di essere meglio di loro, visto che non lo sono adesso né lo sono stato a vent’anni. Scherzi a parte, dipende da quanto il mio modo di comportarmi mi farà sentire e mi farà percepire grottesco. Vivo la musica con sincerità, la faccio in maniera viscerale. Credo che se a un certo punto non mi sentirò più a mio agio col rock mi metterò a fare cose più intime, che d’altronde mi piacciono molto. È fondamentale fare le cose in cui ci si riconosce, l’atteggiamento viene di conseguenza».


A proposito di intimità. Nel vostro ultimo album, I milanesi ammazzano il sabato, si può riconoscere una sorta di disco nel disco, quasi un concept-album sotto traccia sulla tua paternità. Pare che t’abbia davvero cambiato la vita.


«Sicuramente. E so che si tratta di una cosa talmente personale che è difficile da trasmettere. Chi l’ha vissuta magari capisce quelle canzoni, gli altri faticano. È ovvio che un ventenne, per dire, non ci si può riconoscere. Ma io non posso fare a meno di scrivere di me, o comunque di esprimere il mio punto di vista su gli altri e sulle cose. Ho la fortuna di avere gente che m’ascolta, gente che mi fa domande, e di scrivere canzoni solo quando ho bisogno di farlo. E poi, a quarant’anni, senza voler fare per forza il ribellista cosmico, mi piace l’idea che non tutto quel che faccio venga recepito subito».


Gli Afterhours, oggi, sono solo Agnelli e Prette più altri tre o anche Ciccarelli, Dell’Era e D’Erasmo possono essere considerati membri della band a tutti gli effetti?


«Gli After sono una band con dei ruoli, e questo è inutile negarlo. Se dicono che io sono il leader, sono d’accordo. Sono io quello che spinge di più, quello che l’ha formata. Ma tutti gli altri sono fondamentali. Nessuno ha particolari problemi di ego o di insoddisfazione. Chi se n’è andato (gli ultimi, in ordine di tempo, il “Lombroso” Dario Ciffo e il “Mariposa” Enrico Gabrielli, ndr) forse questi sentimenti li aveva sviluppati nel tempo. Ci sono dei ruoli, insomma, ma siamo una band vera. Il suono di ognuno, la personalità di ognuno, contano tanto. Negli ultimi live puntiamo a costruire una grande tensione, prima ancora che all’esecuzione. Potresti vedere dieci concerti con la stessa scaletta, e sentire dieci concerti diversi. Ogni volta che saliamo sul palco, quel che conta è la tensione che si crea tra noi».


A metà ottobre gli Afterhours sbarcano a Los Angeles insieme a gente come Franco Battiato, Linea 77, Negrita, The Niro e altri ancora. Hit Week Los Angeles: una specie di cantagiro sulla West Coast?


«Spero di no. In realtà si tratta di un progetto molto interessante. La spinta è venuta dalla comunità italiana locale, ma non sarà una manifestazione fatta solo per gli italiani d’America. Quando andiamo negli States noi abbiamo il nostro bel circuito di club in cui suonare, e la cosa funziona. Stavolta abbiamo voluto provare a fare qualcosa di diverso, e quest’idea ci sembrava buona. La nostra speranza è che si riesca a rappresentare la musica per la musica, non un’italianità grezza, in modo un po’ macchiettistico. Non ci interessa essere lì per una questione di bandiera, però essere italiani nella nostra musica conta, è una questione di radici, di cultura, che si sente».


Si chiude con l’amarcord. Perché non a tutti i musicisti di casa nostra è capitato di calpestare lo stesso palcoscenico che pochi minuti dopo sarebbe stato calpestato da gente come Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills. In altre parole, i Rem. A Manuel Agnelli sì. È successo dieci anni fa pressoché esatti. Luglio 1999, stadio Dall’Ara di Bologna, giornata di musica memorabile: Afterhours, Wilco, Suede e Rem tutti in una volta, gli uni dopo gli altri, da metà pomeriggio a notte fonda. Bill Berry se n’era appena andato, e i Rem erano diventati da poco quel “cane a tre gambe” che sono ancora oggi. Dieci anni non sono uno scherzo. Ma Agnelli se lo ricorda bene, quel giorno.


«Ricordo che gli Suede furono molto simpatici, e che il cantante degli Wilco stava male, quasi svenne sul palco. Ricordo che i Rem furono grandiosi. Prima del nostro concerto Mills e Buck entrarono nel nostro camerino portandoci i loro cd, come fossero una band sconosciuta che voleva farsi conoscere. Dovemmo spiegargli che ce li avevamo tutti, i loro dischi, Ciccarelli aveva pure portato qualche vinile da farsi firmare. Poi ascoltarono tutto il nostro concerto da bordo palco, insieme a Anderson e agli Suede: dissero che gli eravamo piaciuti molto. Infine, Stipe, ci dedicò una canzone. Era Gardening at Night, ricordo benissimo. Erano persone alla mano, interessate alla musica degli altri. E ci diedero un grande insegnamento che ci portiamo dietro ancora adesso: si può essere professionali senza essere isterici. Grandiosi».

giovedì 27 agosto 2009

il maledetto united



è per una questione di tempo, solo per una questione di tempo, che non ho potuto scrivere di questo romanzo nel posto in cui di solito sono pagato per scrivere dei romanzi che leggo, e cioè "europa".

quando il maledetto united è arrivato nelle mie mani era luglio, ed era passato già troppo tempo da quando il libro era uscito per poterne pubblicare una recensione. più o meno.

però me lo sono letto lo stesso, perché ogni tanto mi riesce ancora di leggere qualcosa a prescindere dalle faccende di lavoro, me lo sono portato in germania e l'ho cominciato solo al ritorno, ma m'ha comunque fatto compagnia per tutti i 3.500 chilometri passati a zonzo per le lande più boscose e monotone d'europa, fino a poco più di una settimana fa.

ora giace sulla mia scrivania, e lo guardo col rimpianto di chi vorrebbe non averlo ancora finito. può succedere qualcosa di meglio, a un romanzo? non lo so. so solo che questo libro di david peace è un gran libro. che non potrà che piacere a tutti quanti siano appassionati di calcio inglese, per cominciare. e a tutti quanti siano appassionati di storie di calcio, per continuare. e, dico io, a tutti quanti siano dei lettori avidi e con una solida conoscenza della narrativa contemporanea.

perché? perché questo romanzo che racconta i 44 giorni passati nel 1974 sulla panchina del "maledetto" leeds united da uno degli allenatori più eccentrici della storia del football britannico dovrebbe piacere a tutta questa gente? perché è un gran romanzo. perché la storia è intensa, densa di fatti e di pensieri, e sullo sfondo si percepisce l'inghilterra di quel tempo, e il calcio di quel tempo, e il mondo di quel tempo. si percepisce la natura ricca e folle e meravigliosa di quest'uomo che era brian clough ("quindi non sei una persona superstiziosa, brian?". "no, austin", gli dico. "io sono socialista"), di questo pezzo di merda dai grandi valori che era mr brian howard "cloughie" clough. la scrittura, poi, è incalzante, pulita, essenziale. un gran ritmo, grande ironia, audaci discese in profondità.

ha tutto, questo bel romanzo.

leggetelo, perciò. se potete leggetelo.

stay tuned.

g

sabato 27 giugno 2009

Game over

Cala il sipario sul torneo della Béllera. La squadra allenata da Dantinho Dozzini e Balcano Tacconi perde anche l'ultima delle cinque partite della fase eliminatoria, saluta e torna a casa. Stavolta, contro i solidi energumeni del Djurgarden, ne prende dieci. Sembrerà un paradosso, ma forse quella di ieri è stata la migliore prestazione delle gipsy moths. Ora una lunga pausa di riflessione. Da settembre si comincia a valutare la possibilità di cimentarsi nel calcio a sette, o a otto, il prossimo inverno. Chi vivrà vedrà.


BELLERA-DJURGARDEN 2-10


marcatori: Leopardo, Sport


PARENTI 5,5 – Meno sicuro di altre volte. Evidentemente mortificato dal rapido uno-due con cui gli avversari mettono il risultato in cassaforte nei primi dieci minuti, e non è il solo. Sul quarto gol ci mette del suo, poi limita i danni, ma forse senza la cattiveria che gli è solita. Da oggi torna a pensare a tempo pieno alle donne e agli studi di medicina e chirurgia.


SPORT 5,5 – Segna, e questa è una notizia. Mena, e questa è la norma. Non lesina impegno, come in tutto il torneo, ma il calcio a cinque, concettualmente, lo mette in crisi. Sull’uomo è difficilmente superabile, come da quindici anni a questa parte, quando però si tratta di chiudere e ripartire pecca un po’ in lucidità. Sarà l’anima della Béllera invernale, scommettono in molti.


FATHI 5,5 – Lotta, sacrifica sangue e ginocchia, sa rendersi pericoloso dalla distanza. Anche se nei primi minuti incespica su un paio di palloni che potevano avere ben altra sorte. Vorrà far parte della comitiva che il prossimo inverno cercherà fortuna a Lidarno?


NEPOTE 5,5 – Svagato, demotivato. Il baby della Béllera chiude in calando, anche se dà costantemente l’impressione di essere uno dei pochi a potersi rendere pericoloso. Ma il gol divorato in avvio poteva dar un altro senso alla partita. A gennaio se ne va a Pamplona, fino ad allora farebbe molto comodo all’eventuale compagine invernale.


LEOPARDO 6 – In ripresa. In apertura, col risultato ancora in bilico, si mangia un gol colossale a tu per tu col portiere avversario. Ci mette un po’ a scrollarsi la ruggine di dosso, ma gioca un secondo tempo sugli scudi: gran gol e due legni, sulla ribattuta di uno dei quali Sport trova il momentaneo due a sette. Dà ancora segni di nervosismo sbraitando contro l’affannato Balcano. È lui l’unico terminale offensivo della squadra. Troppo tardi, caro Leo.


NASIC 6 – Pochi minuti, ma a ottimo livello. Dà equilibrio alla difesa, e non si risparmia un’entrata o due delle sue. Sopperisce ai suoi limiti fisici con acume tattico, e una notevole malignità. Il migliore.


DANTINHO 5,5 – Rischia ancora l’infarto, ma con lui la Béllera sa coprirsi meglio. Due puntate verso la porta avversaria meriterebbero miglior fortuna. Sul finale del primo tempo e a metà ripresa fa vedere che il decadimento giunto al suo apice lunedì scorso forse non è irreversibile. Ma serviranno abnegazione, costanza e qualche chilo di meno. Da rivedere.


BALCANO 5 – Com’è dura la vita, là dietro. Fatica a contenere gli avanti avversari, sbaglia molto, troppo in fase di impostazione. Abbaia contro Leopardo, sibila contro Dantinho, suggella tutto con un autogol. Stende il funambolo dallo stinco tatuato intento a gigioneggiare in area rossa, e fa più che bene. La sensazione è che per il calcio a otto sia ancora buono. Non mollare, Mr B.


GIULIO CASTORI 5,5 – Ancora all’asciutto dopo i benauguranti due gol nella partita d’apertura. Sbaglia sotto misura, litiga un po’ col pallone, paga dazio, al solito, alla sfortuna. Corre ininterrottamente, e capisce di faccende tattiche. Un pennellone così, sul campo infido di Lidarno, tornerebbe utile. Accetterà?

martedì 23 giugno 2009

Incubo latino

Spazzati via dalla furia latino-americana. Una notte da incubo, quella della Béllera. Che la partita contro i folletti andini della Nuova Imago sarebbe stata complicata era chiaro da tempo. Ma la realtà è andata abbondantemente al di là delle più grigie previsioni. La velocità e la corsa ininterrotta degli avversari hanno annichilito gli imbolsiti giocatori in maglia rossa, per una volta più simili a goffi fuchi che a svolazzanti farfalle notturne. La condizione fisica straripante e l’affiatamento consolidato nel tempo dei bronzei contendenti ha svuotato di ogni significato l’incontro già dopo i primi minuti. Non c’è stata storia, insomma. E ora, venerdì, la Béllera si gioca le ultime, residue speranze contro gli arcigni alfieri del Djurgarden.


BELLERA - LA NUOVA IMAGO 2-8 (p.t. 1-6)


marcatori: Nepote, Leopardo


PARENTI 6,5 – Para il parabile, limitando ancora una volta i danni. I gol arrivano tutti da distanza ravvicinata: non è colpa sua se alla fine di ogni fitto reticolato di passaggi gli avversari riescono a smarcargli davanti un giocatore. Altro che Julio Cesar. La faccia di Peppe oggi ricorda le malinconiche smorfie di impotenza di Pagliuca costretto a confidare nella guardia dei fratelli Paganin.


SPORT 5,5 – Cuore e rabbia di capitano. Ingaggia da subito un personalissimo duello con l’odiato arbitro (la remissività di mercoledì scorso è solo un lontano ricordo), mette più di una toppa ma capisce poco i meccanismi del calcetto. E ha la macchia di un gol divorato quando il risultato era ancora in bilico. Venerdì guiderà una difesa a uomo.


FATHI 5,5 – Tignoso, carico, nervoso. Ci mette il fisico contro l’agilità dei furetti ispanici, ma spesso non basta. Ingeneroso quando infierisce su un Dantinho sull’orlo della crisi cardiaca.


NEPOTE 6 – Il migliore tra quelli fuori dalla porta, come sempre. In avanti dà più incisività alla squadra, ma come si faceva ad affidare le chiavi della retroguardia a Balcano, in una notte come questa? Segna da due passi, non riesce a imbroccare le conclusioni dalla distanza.


LEOPARDO 5,5 – Migliora, ma solo un po’. Rompe il tabù insaccando a porta vuota l’inutile gol del due a sette, ma l’impressione è che difficilmente riuscirà a liberarsi dalle pastoie dell’età e di qualche chilo di troppo. Minaccia la fuga negli spogliatoi dopo la prima, sacrosanta sostituzione, si incattivisce nei focosi duelli con i coriacei difensori della Nuova Imago invocando invano tutela dal direttore di gara, conclude in bellezza rimanendo impigliato con un piede nella rete di protezione al momento di calciare l’ultimo, inutile calcio di punizione allo scadere.


DANTIHNO 4,5 – Rischia il collasso a più riprese. Ricorderà questa serata come un brutto sogno. La rapidità degli avversari lo surclassa, appena entra in possesso del pallone è circondato da un nugolo di piccoli ninja dalla pelle bruna e le gambe s’appesantiscono a ogni passo. Fatica a trascinarle, fatica a trascinarsi: andassero tutti alla sua velocità sarebbe un fior di giocatore. In un altro mondo, forse. Fisicamente inadeguato.


BALCANO 4,5 – Sta ancora cercando di capire da dove spuntavano tutti quegli indios scatenati. In balìa di un concetto di calcio che va a una velocità tripla rispetto alla sua, stordito al punto di sbagliare tutte le peraltro numerose rimesse laterali di cui si incarica, dà luogo a una melodrammatica sceneggiata con Leopardo, condita da reciproche minacce corporali. Presto dirà basta.


GIULIO CASTORI 5 – Paga la responsabilità della partenza da titolare. Ma si impegna allo stremo, come al solito. Anche lui, per forza, soffre le guizzanti iniziative dei piccoletti venuti da Oltreoceano. Nell’economia della partita pesa un clamoroso errore sotto porta sullo zero a uno.

giovedì 18 giugno 2009

Povera Béllera, prende altri sette gol

Nulla da fare per la Béllera contro i detentori del trofeo della Llf. Squadra rodata, tecnica, tosta. E forte del sostegno del pubblico di casa. Per i rossi di Dantinho Dozzini e Balcano Tacconi, stasera assente causa disbrigo di faccende sentimentali, seconda battuta d’arresto in due giorni. Due sconfitte su due partite giocate: solo la vittoria a tavolino contro la Maldive del primo turno li tiene ancora in corsa per la qualificazione alla seconda fase. Ora servirà battere una tra Nuova Imago e Djurgardens, la prossima settimana. Non sarà facile, né contro i dinamici sudamericani né contro i solidi perugini.


Quanto all’incontro con la Llf, c’è poco da dire. La Béllera comincia bene, difendendosi con compattezza, e tiene il punteggio inchiodato sullo 0-0 fino a metà del primo tempo. Poi, da due errori banali in fase d’attacco nasce il micidiale uno-due in contropiede dei campioni in carica. Sotto di due gol all’intervallo, le gipsy moths perdono mordente, e tornano in campo scarichi e disuniti. La ripresa è da dimenticare, con il bravo Parenti investito da una gragnuola di tiri e il gol della bandiera dei rossi che arriva grazie a un tiraccio da fuori di Nasic, su cui il portiere avversario ha più di una responsabilità. In definitiva, non era questa la partita che avrebbe potuto decidere il torneo della Béllera, ma con meno nervosismo e un pizzico di attenzione in più il passivo sarebbe potuto essere meno pesante. Con le relative ripercussioni sulla differenza reti, che ora è meno sei.


BELLERA-LLF TEAM 1-7 (p.t. 0-2)


marcatore: Nasic


PARENTI 7 – All’inizio è ordinaria amministrazione: lui non si scompone e la sbriga senza problemi. Poi, dopo i due gol che squarciano la partita sul finire del primo tempo, iniziano gli straordinari. La ripresa è un continuo bombardamento, il portiere campano con una cotta per Schmeichel si trova ogni due minuti a tu per tu con un avversario, ed è impallinato altre cinque volte. Ma alla fine risulterà il migliore.


SPORT 6 – Impeccabile fino all’errore madornale che spiana il raddoppio dell’Llf. Perde palla centralmente tentando un dribbling improbabile, gli avversari ripartono e fanno filotto. Lì la partita gira definitivamente, e la Béllera non si riprenderà più. Poi fa il suo fino alla fine, ma il peccato (quasi) originale resta.


FATHI 5,5 – Nel complesso meno lucido di lunedì, anche se il primo tempo, al pari di quello degli altri suoi compagni, è più che buono. La ripresa è una sofferenza per tutti, e lui non fa eccezione. Anche se regala uno dei pochi lampi della partita della Béllera in avanti: l’estremo difensore biancorosso e il palo negano al suo potente sinistro la gioia del gol.


NEPOTE 6,5 – Mezzo voto in meno per il nervosismo. Sul 3-0 cede alle provocazioni degli avversari e perde tranquillità. Fino ad allora era stato perfetto. La sostituzione gli evita strascichi disciplinari che saprebbero di beffa. E le speranze di riscossa della squadra poggiano su di lui.


LEOPARDO 5,5 – Non ci siamo. Buon primo tempo, di sacrificio e abnegazione, salva la sua porta da un gol quasi fatto ma la palla persa da cui nasce l’uno a zero è da manuale del Leopardismo. Fatica a saltare l’uomo e conclude fiaccamente e senza precisione. La crescita fisica è quasi impercettibile, ma c’è. Può e deve concludere la fase finale a tutta birra.


NASIC 5,5 – Il gol è un gollonzo, ma viene festeggiato dalla panchina e dai compagni in campo come un’epifania. Ancor più entusiasmo suscita la scivolata all’altezza del calcio d’angolo con cui divelle parte del terreno di gioco e mette in discussione la tenuta dell’articolazione malleolare dell’attaccante avversario. Non inappuntabile in fase difensiva, quando i ritmi salgono soffre l’inibizione alla violenza caratteristica del calcetto.


DANTINHO 5,5 – Ultimo scorcio di primo tempo di spessore. Dà respiro tattico alla squadra e conclude pericolosamente due volte da fuori. Nella ripresa è travolto dall’innalzamento del ritmo imposto dall’Llf e dal nervosismo.


GIULIO CASTORI 5,5 – Si danna l’anima come al solito, ma è meno preciso di lunedì. La sua abilità tattica – evidentemente figlia della sua esperienza da cestista – è però una chiave della sporadica pericolosità offensiva della Béllera. Polemico con la dirigenza nel pre-partita, è a rischio multa.